Un rito di sostanza e memoria
di e con Giorgio Donini e con la voce di Lucia Ferrati
Sessantasette pagnotte, disposte nello spazio come una topografia di sedimenti bianchi, custodiscono il tempo e la memoria di Augusto, mio padre. Ognuna di esse rappresenta un anno della sua vita, una traccia concreta del suo passaggio nel mondo. Sono legate dal Legazzu ruiu, il nastro che le stringe in una geometria rigorosa, sospesa tra presenza e assenza. Augusto se n’è andato senza fare ritorno, lasciando in eredità non il vuoto, ma la forza viva delle sue mani: mani capaci di trasformare farina e acqua in pane, di stringere quelle degli altri con sincerità, di costruire ogni giorno relazioni fondate sulla generosità, sulla fiducia e sul senso di comunità.
All’interno di questo spazio, davanti al pubblico, prenderà forma la sessantottesima pagnotta. Un gesto semplice e insieme profondamente intimo, attraverso il quale il corpo dell’artista si farà materia, memoria e testimonianza. Impastare diventerà un modo per ritrovare il padre, per abitare ancora, attraverso il lavoro delle mani, quel tempo fertile che ha nutrito la sua esistenza. Vestito di bianco, come un fornaio, e con un copricapo di pane, l’artista evocherà anche l’immaginario di Salvador Dalí, che riconobbe in questa materia quotidiana una presenza capace di opporsi simbolicamente alla corruzione della morte e alla finitudine del corpo.
Mentre il pane prende forma, un reading poetico accompagnerà l’azione, dando voce al legame tra padre e figlio e trasformando il ricordo in parola condivisa. Il gesto individuale si aprirà progressivamente alla dimensione collettiva, fino a culminare in un atto di comunione: il pane e la mortadella, alimento prediletto da Augusto, saranno offerti agli ospiti, che potranno nutrirsi simbolicamente della sua memoria. Attraverso il sapore, riaffioreranno i suoi gesti, i timbri impressi sulla crosta, la cura scrupolosa per la pulizia, intesa come forma di rispetto, e la generosità con cui contribuiva alla vita della comunità.
Il Compantico di Grazia è un rito performativo in cui il lutto si trasforma in presenza e la memoria diventa sostanza da condividere. È un gesto d’amore che attraversa il corpo, il cibo e la parola, restituendo al pane il suo valore originario: nutrimento, lavoro, dignità e legame sociale. In un presente fragile e disorientato, l’opera si configura anche come un invito politico e spirituale a riconoscere nella materia essenziale del pane una risorsa concreta di resistenza, capace di tenere insieme le persone, custodire le storie e rinnovare il senso dello stare al mondo.
Perché il pane non è soltanto ciò che ci nutre: è ciò che ci unisce, ciò che rimane, ciò che continua a vivere attraverso di noi.